“L’arte contemporanea non un oggetto destinato all’interno delle case borghesi dei collezionisti.”

Andrea Bellini è il direttore del Centre d’Art Contemporain di Ginevra dal 2012. Genève contemporaine ha avuto l’onore d’incontrare la persona che ha saputo dare una nuova identità al Centro, restituendogli vita e utilità. Oggigiorno, il Centre d’Art Contemporain è diventato un vero laboratorio, luogo di ricerca, di pubblicazione, d’esposizione e d’incontro, di carattere sovente inedito.

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Andrea Bellini, direttore del Centre d’Art Contemporain à Genève, © Le Courrier
Prima di iniziare a lavorare per il Centre d’Art Contemporain, Lei è stato, tra l’altro, direttore del Castello di Rivoli a Torino. Parliamo di due paesi diversi e di due istituzioni per l’arte contemporanea. Quale è stato il cambiamento il più importante per Lei?

Il Castello di Rivoli è un museo con una collezione, mentre il Centre d’Art Contemporain è una Kunsthalle, cioè un centro d’arte senza collezione permanente. Il Castello di Rivoli è un bellissimo edifico del XVII secolo, realizzato da Filippo Juvarra. Invece, il Centre d’Art Contemporain si trova in una fabbrica del XIX secolo. Questo tipo di strutture (Kunsthalle), è nato in Svizzera tedesca e in Germania, verso la metà del XIX secolo, come, per esempio, nel 1872, la Kunsthalle di Basilea. Gli artisti si associavano per creare degli spazi nei quali mostrare le loro opere.

Oggi, la situazione dell’arte contemporanea è particolare. Essa è diventata glamour, quasi sexy, tutti vogliono metterci piede. Invece, fino agli anni 80-90 del XX secolo, non era la cosa la più interessante da fare. Non c’erano così tanti collezionisti e poche istituzioni. In Italia, la prima de queste ultime è stata il Castello di Rivoli, nel 1984.

I centri d’arte contemporanea sono nati come spazi dedicati ai giovani artisti. Oggi come oggi, è ancora così. Dappertutto in Svizzera, le Kunsthallen dicono mostrare il lavoro dei giovani artisti. E una missione importante, ma per me non è sufficiente. Tanti galleristi espongono giovani artisti. Il mercato è diventato molto forte ed arrogante. Quindi, la mia idea è stata non di fare un luogo d’istituzionalizzazione dei giovani artisti, ma di creare uno luogo più complesso. Il centro propone delle retrospettive per riscoprire artisti dimenticati e proviamo anche a riscrivere la storia dell’arte proponendo pubblicazioni accademiche o cataloghi.

Siamo una specie d’ibrido tra un museo, un luogo di pubblicazione, una Kunsthalle e uno spazio universitario. E inoltre, gestiamo anche una Biennale. Devo dire che mi divertiva il fatto di venire a lavorare a Ginevra, perché risentivo il bisogno d’inventare un nuovo tipo d’istituzione. In confronto al castello di Rivoli, ho avuto la possibilità di creare una nuova identità, un nuovo ibrido, un luogo pieno di complessità.

In che condizioni si trovava il Centre d’Art Contemporain al suo arrivo?

Non era un momento di grande impulso. Il Centro aveva un po’ perso la sua energia. Per di più, il vicino, il MAMCO viveva un periodo di grande dinamismo. Il centro era rimasto un po’ in disparte. Mi sono dato come missione di rilanciare e di ricreare lo spazio. E un po’ la mia specialità. Quando sono diventato il nuovo direttore della fiera Artissima, essa era quasi scomparsa. Nel 2007, ho ricreato un pochino il modello. Mi è sempre piaciuto molto inventare nuove cose.

Come, per esempio, con il Cinema Dynamo, al quarto piano…

Si. Il quarto piano era piuttosto deprimente. Era uno spazio di 500 metri quadri con degli uffici. Non c’era niente. Dove c’è adesso il Project space, prima era uno storage. Attualmente, vicino al mio ufficio, c’è una residenza d’artista. Riceviamo tre artisti all’anno. Per quanto riguarda il Cinema Dynamo, esso è un attrezzo molto utile per l’elaborazione della Biennale. Quindi, ecco, abbiamo inventato tante cose per veramente dare una nuova energia a questa istituzione. Il quarto piano è gratuito. La gente può salire, guardare il cinema, alcune mostre, incontrare gli artisti. Volevo creare una sorte di living room. Questo palazzo è un po freddo, non è molto sexy. Non c’è una caffetteria, o uno spazio di ritrovo.

Come funziona l’accoglienza degli artisti in residenza?

Ogni artista rimane quattro mesi. Gli diamo 10 mila franchi perché possa creare le sue opere, organizzare una mostra e pubblicare un piccolo catalogo. Cerchiamo di selezionare degli artisti che studiano alla HEAD di Ginevra o all’ECAL di Losanna. Scegliamo piuttosto dei giovani che vivono da queste parti, perché non è un appartamento che offriamo, ma un luogo di lavoro, un atelier. Quest’iniziativa sostiene la scena locale.

In un contesto più largo, che posto ha l’arte contemporanea a Ginevra?

Penso che Ginevra è una piccola città in cui l’arte contemporanea abbia uno spazio abbastanza importante. Esiste una scuola d’arte notevole, la HEAD, che ha creato una verra scena artistica. Ci sono tante gallerie e una vera situazione storica perché, comunque, il Centro è stato creato nel 1974. Si sono svolte delle mostre leggendarie. Ha contribuito allo sviluppo dell’arte contemporanea. E poi è stato fondato anche il MAMCO. La città sostiene abbastanza bene le istituzioni d’arte contemporanea, anche gli spazi più piccoli, un po’ alternativi, come Forde o PianoNobile. Trovo che la città s’impegna molto per la scena locale.

Ma le cose si possono vedere in un modo diverso. Si potrebbe dire che è giusto di sostenere la scena locale e non di voler creare delle eccellenze. Ma sarebbe forse anche meglio concentrarsi su qualche istituzione per darci realmente la possibilità di aver una risonanza internazionale. Bisognerebbe avere tutte due: da una parte, provare a realizzare una politica culturale forte e visionaria, nello scopo di sviluppare dei luoghi di eccellenza, e da una altra parte, sostenere anche i spazi più piccoli.

Quali sono i rapporti tra il centro e il vicino MAMCO (Museo d’Arte Moderna e Contemporanea)?

Ottimi. Lionel Bovier è un mio grande amico. Prima che diventi direttore e che io venga in Svizzera, Lionel era editore. Abbiamo fatto tanti cataloghi insieme. Lo conosco da 15 anni, credo. Quando ero a Torino, Lionel è venuto a trovarmi. Dovevamo discutere d’un catalogo. A quest’epoca, non ero molto felice in Italia. Pensavo di andarmene. Stavo organizzando una mostra molto importante su Thomas Schütte. Non c’erano tanti soldi. E lui che mi ha convinto di venire a Ginevra. Abbiamo una relazione di amicizia e di grande rispetto.

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Entrata del Centre d’Art Contemporain, 10 rue des Vieux-Grenadiers, © Neo Neo graphic design
In questo momento, il centro espone Roberto Cuoghi, un’artista italiano, per la sua prima retrospettiva. Come è nato questo grande progetto?

Roberto Cuoghi è uno degli artista più importante in Italia e, secondo me, è il più importante artista italiano della sua generazione. Conosco Cuoghi da 15 anni credo. Ho sempre sognato di fare una mostra con lui, perché è un artista che amo molto e che rispetto tanto. Il suo lavoro è molto complesso e ricco. Abbiamo deciso di prendere in considerazione tutti gli aspetti del suo lavoro. Siamo stati in grado di creare una mostra di grande ampio. ArtForum, una pubblicazione di referenza nel mondo dell’arte , ogni anno, un’anteprima delle 25 mostre da non mancare. Siamo stati l’unica istituzione svizzera ad essere stata nominata nel 2017. E un opinione molto importante.

Per quanto riguarda la « Biennale de l’Image en Mouvement », dal 2014, proponete delle opere inedite, delle quali il centro è il committente. Come Lei è arrivato a prendere questa decisione?

Con la precedente direttrice Katya García-Antón, la Biennale era stata trasformata in un evento che si svolge durante tutto l’anno. Pensava che la Biennale era un evento un pò superato. Era forse anche un po’ vero. Mi sono interrogato. Cosa potevamo fare di interessante? Sono partito da una piccola considerazione dei problemi delle Biennale. Oggi come oggi, esse sono diventate delle grande mostre tematiche organizzate da curatori, i quali, sovente, utilizzano delle opere scelte a destra e a sinistra e, molto spesso, elaborate d’artisti scomparsi. In realtà, sono come delle grandi mostre che potrebbero realizzarsi altrettanto bene in un museo, ma con degli spazi più grandi. Storicamente, invece, sono nate per mostrare le opere di oggi. E poi, mi sono anche chiesto, se c’era ancora un senso ad immaginare una biennale dedicata all’immagine in movimento? Perché chiedere al pubblico di venire a Ginevra a vedere dei video su degli schermi che, in fine, si possono guardare a casa?

Quando è nata la Biennale de l’Image en mouvement, nel 1984, non c’era la possibilità di vedere il video Art. Era qualcosa di un po’ casuale. Non c’era un mercato e poche istituzioni per mostrarlo. Oggi, la relazione con l’immagine in movimento è cambiata. Possiamo guardare i video sui nostri telefoni, a casa, sui nostri computer. Come rendere la Biennale interessante?

Ho deciso di trasformarla in un luogo di produzione e quindi di mostrare delle opere inedite. La gente viene a Ginevra per vedere delle cose che non ha mai visto. Durante due anni, lavoriamo in collaborazione con gli artisti, per creare delle opere concepite e immaginate per l’evento. Abbiamo inventato una specie di felice paradosso. In teoria, le Biennali esistono per le opere, invece, la nostra ha proposto nel 2016, 27 opere che esistono grazie alla Biennale. Non cerchiamo solo di fornire i mezzi per creare un opera, ma anche e sopratutto di seguire la produzione, di accompagnare gli artisti fino alla realizzazione. E funziona molto bene. Gli artisti, in seguito, sono invitati in tutto il mondo.

Poco prima, Lei ha parlato del Cinema Dynamo. In cosa consiste quest’ultimo?

Il Cinema Dynamo è aperto 8 ore al giorno, tutti giorni dell’anno. Organizziamo delle proiezioni in presenza di giovani registi. In questo modo, il pubblico può creare una vera relazione con gli artisti. Quindi il cinema diventa anche un importante luogo di incontro. Per noi è un attrezzo interessante, perché ci permette di conoscere gli artisti e di eventualmente invitarli per la Biennale. Penso che sia interessante di creare il pubblico di una Biennale come questa. Diamo anche delle lezioni di storia della video art per le scuole superiori di svizzera francese. Di conseguenza, abbiamo tanti studenti tra il nostro pubblico. E una cosa importante.

Quali sono i progetti futuri del Centro?

Durante il mese di maggio, prepariamo un grande progetto dedicato al poesia contemporanea. Mostreremo la poesia che si trova oggi su internet, con dei poeti che utilizzano Youtube o Twitter, per esempio. Oggi, la parola è diventata liquida, nel senso che ha una vita digitale. Mostreremo anche i giovani artisti che s’interessano ancora a l’oggetto. Ci sono dei poeti che comprano delle vecchie macchine da scrivere. C’è stato un momento in cui abbiamo abbandonato l’oggetto, ma c’è stato, come sempre, una specie di ritorno d’interesse riguardo alla materializzazione della parola. Poi, nel mese di novembre, faremo una grande mostra sull’artista cinese Qiu Zhijie. E stiamo già lavorando per la Biennale 2018. Abbiamo ancora tanti altri progetti. Uno degli obiettivi del Centre d’Art Contemporain è di ampliare il nostro pubblico e di fare capire che l’arte contemporanea non è un oggetto destinato alle case borghesi dei collezionisti. L’arte contemporanea è cultura. Possiede un potere di liberazione molto importante. E sopratutto, è aperto a tutti e a tutte le classi sociali.

Il sito del Centro

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